UN BAMBINO SUL CUORE

Il bambino si chiama Samuel e credo che tutti coloro che sono stati a Port de Paix sicuramente lo conoscono e non hanno potuto fare a meno di prenderlo in braccio.

Samuel ha circa quattro anni, credo sia uno dei più piccoli, ha grandi occhi scuri e dolcissimi, sorride sempre ed ha una grande passione e naturale inclinazione per la danza.

Mi sarebbe piaciuto poter descrivere ogni bambino per caratteristiche fisiche e caratteriali, ma avrei avuto bisogno di molto molto più tempo che, purtroppo non c’è stato.

Durante la nostra permanenza Samuel ha avuto la febbre alta per tre giorni. Ciononostante per i primi due giorni ha voluto rimanere insieme agli altri bambini, quasi immobile e senza lamentarsi non toglieva mai lo sguardo lucido e febbricitante da loro, sempre attento a tutto quello che succedeva intorno.

Scottava tantissimo, più volte l’ho preso in braccio e mi sono seduta con lui sui gradini della scuola a guardare i bambini più grandi giocare a pallone, a controllare che le corse sull’altalena non diventassero troppo pericolose e a osservare le bambine che, avvicinando le casette di plastica montate da poco, avevano creato un piccolo villaggio e si davano un gran da fare a ramazzare, sistemare e organizzare finti pranzi. La temperatura del luogo non è molto fresca e con lui in braccio mi sembrava di avere addosso un termosifone, ma era una sensazione troppo bella sentirlo accoccolato su di me.

Non avrei mai voluto muovermi da quella posizione anche se la mia schiena, già provatissima in quei giorni, non ce la faceva più. Poi per un giorno intero è rimasto in camerata sopraffatto dalla febbre ed io ogni tanto andavo a spiarlo attraverso la zanzariera mentre dormiva.

Il viaggio per arrivare sin laggiù è stato lungo e stancante, ma al nostro arrivo vedere tutti i bambini schierati ad accoglierci sulla scalinata di accesso alla casa è stato commovente, mai però quanto la nostra partenza.

Non è stato immediatamente facile per me entrare in contatto con loro anche se sono splendidamente affettuosi e calorosi, cantare le loro canzoncine con annesse coreografie, dire le preghiere prima e dopo i pasti, tanti bambini insieme non li avevo mai visti!

E’ stato bello ricominciare a giocare, giochi dimenticati: il salto con la corda, l’altalena, la palla, tornare bambini insomma e ridere con loro e gioire per un canestro centrato o una palla presa al volo. Una cicatrice sul sopracciglio sinistro e relativo ginocchio sono ancora lì a ricordarmi una pallonata ricevuta ed una caduta clamorosa.

La cosa più interessante è stata osservare ognuno di loro, scoprire i loro caratteri, il modo di giocare e comunicare, il loro atteggiamento verso gli altri, le loro attitudini, bello sarebbe poterli seguire nella loro crescita e soprattutto sperare che ci possa essere un domani anche per loro. Non mi soffermo su temi sociali né sulle condizioni di questo paese perché credo che ormai tutti abbiano un’idea della situazione. La realtà è molto peggiore, ma loro ancora cantano e ti sorridono.

Ho già dimenticato gli insetti, la polvere, i latrati dei cani durante la notte e il canto del gallo prima dell’alba, ripenso sempre a quei giorni, a quei sorrisi, a quei visini perfetti e la cosa che mi manca di più è tenere un bambino sul cuore.

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